È l’aver costruito una tradizione. Da quarant’anni il “pranzo di Natale” organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, rappresenta, a Genova, l’”altro Natale”, quello che non si riduce al consumo ma che richiama, credenti e non credenti, alla concretezza possibile della speranza, religiosa o civile che sia. Dove il mangiare insieme, con i nomi di ciascuno indicati su ogni tavolo, è il riconoscersi augurale in un vivere comune capace di prevalere sulle barriere sociali, di fede, etniche, generazionali. Un sentirsi “con-cittadini” anche con chi dall’esercizio della cittadinanza è non di rado escluso perché immigrato, povero, anziano e solo, malato, detenuto. Con una partecipazione che si è moltiplicata negli anni, dalle poche decine nella sede di via San Luca nel 1985 alle 4mila presenze nel 2010, alle 7mila nel 2017 fino alle 15mila del 2024, e si è estesa nelle carceri liguri, nelle Rsa, nei palazzi istituzionali, nei quartieri, dalla val Bisagno alla val Polcevera, al Ponente. Una “macchina” organizzativa complessa che mobilita, essa stessa, centinaia di persone, dai donatori ai volontari. Ed è indubbio che tutto ciò sia una fotografia della crescita vorticosa delle povertà e delle solitudini, del loro essere diventate strutturali ed ereditarie, del non coincidere più esclusivamente con la marginalità estrema. Ma non è solo questo. Il “pranzo di Natale” è la proiezione delle reti di gratuità solidale, di una presenza tenace e diffusa che contribuisce a ridurre le lacerazioni di un tessuto sociale sempre più frammentato. Qualcosa che si è realizzato nel corso degli anni attraverso una pluralità di attività, dalla “scuola della pace”, ai corsi di lingua per stranieri, al monitoraggio dei grandi anziani, al cohousing, al supporto ai senza fissa dimora, alla distribuzione di pacchi cibo e vestiti per le famiglie più fragili, alla mensa gratuita di piazza Santa Sabina. A cui corrisponde un sistema di relazioni positive che coinvolge migliaia di famiglie e, dai più piccoli ai più vecchi, decine di migliaia di genovesi. Solo la mensa ha avuto più di 40 mila fruitori dal 2015. Le presenze quotidiane sono salite da 300 a 800-1000, a disegnare direttamente, questa volta sì, l’aumento della miseria e, contemporaneamente, la difficoltà di dare risposta a una domanda così elevata senza contributi pubblici. La recente riduzione dei giorni di apertura è l’effetto di una lunga incomprensione istituzionale verso un servizio a bassissima soglia che non può essere confuso con logiche della beneficenza.
Comunità di Sant’Egidio, quel pranzo di Natale che riesce a farci parlare ancora di speranza
L’evento sfugge ai tratti meramente caritatevoli per rappresentare la continuità di un impegno che ha prodotto conoscenze e amicizia












