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Nei confronti di Alberto è stato spezzato il legame tra fatti e condanna. Serve un intervento del capo dello Stato per salvare lui e la giustizia

In aula, durante l'incidente probatorio sul delitto di Garlasco, è accaduta una cosa che dovrebbe far tremare vene e polsi a chiunque abbia a cuore non dico la giustizia, ma il buon senso. Sotto due unghie di Chiara Poggi, una della mano destra e una della sinistra, è stato trovato del Dna che non appartiene ad Alberto Stasi. Non uno, ma due reperti. Non un'ipotesi, non una suggestione, non un'indicazione ambigua. Un dato. E questo, in un processo che per anni è stato privo di prove, è una circostanza che ha un nome preciso: prova scriminante. Qui non siamo davanti a un dettaglio che "si aggiunge". Qui siamo davanti a ciò che, senza discussione alcuna, scagiona.

E invece no. Invece si è arrivati al paradosso grottesco e indegno: qualcuno ha chiesto che Stasi venisse allontanato dall'aula. Come se la sua sola presenza disturbasse il copione. Come se l'innocente fosse un intralcio. Come se la verità desse fastidio. Se c'era una persona che aveva diritto di essere lì, era proprio lui. Perché la giustizia non è un rito voodoo in cui si allontana l'impuro, ma un confronto pubblico con i fatti. E quando i fatti finalmente emergono, non li si può cacciare fuori dall'aula.