Ammonisce sui rischi di una «democrazia dei rassegnati». Elogia la «prudenza» del governo sui conti pubblici («l’affidabilità – avverte – è un valore da preservare»), seppur senza tralasciare che molto resta da fare su «questioni aperte» come i salari troppo bassi, l’occupazione femminile e quella dei giovani. Sottolinea che è «necessario» investire in difesa, per quanto l’argomento sia «comprensibilmente poco popolare». Ma soprattutto, rivolge un appello a destra e sinistra, impegnate nelle stesse ore a darsele di santa ragione sulla manovra. Alle quali chiede di unire le forze su alcuni «obiettivi fondamentali». E di guardare non «alle successive elezioni», ma «all’orizzonte del bene comune dell’Italia». In un salone dei Corazzieri gremito di ministri, presidenti di Regione e di Authority, consiglieri del Csm e alte cariche dello Stato presenti e passate per lo scambio di auguri di Natale al Colle, Sergio Mattarella pronuncia un discorso fortemente politico, nel senso più alto del termine.
Un intervento in cui risuona forte la preoccupazione per la tenuta dei sistemi democratici, in Europa e nel mondo. Perché sarà pur vero, come assicura il capo dello Stato, che «la democrazia è più forte dei suoi nemici», e che il modello occidentale consolidato in 80 anni di pace, sviluppo e relazioni transatlantiche è un «patrimonio irreversibile» perché «acquisito nei sentimenti e nelle coscienze dei popoli». Ma si tratta, avvisa Mattarella, di un sistema messo sempre più in discussione da una serie di fattori. Le «involuzioni autoritarie» e «contro la storia» di alcuni Stati, l’affermarsi di nuovi poteri come quelli dei giganti tech che concentrano in pochissime mani «enormi risorse finanziarie e tecnologiche». Ma pure l’apparente disinteresse, la mancata partecipazione di un numero crescente di cittadini alla democrazia.








