Pier Luigi Bersani, che mi riesce dannatamente simpatico anche quando non mi trovo d’accordo con lui, con o senza le metafore che produce o replica nei salotti televisivi, fra mucche nei corridoi e nelle stanze del Pd, tacchini sui tetti, bambole da pettinare e giaguari da smacchiare sugli scogli come se fossero pinguini pluricolorati, si è appena guadagnato l’ironia del nostro Massimo Costa per la gara che ha aperto, in una intervista a Repubblica, su come chiamare l’aspirazione all’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni. Non certamente “campo largo” perché troppo “campestre”, per quanto in linea col richiamo alla natura agreste della quercia al posto della falce e martello, o dell’ulivo di Romano Prodi dal raccolto sempre magro, e dal sapore un po’ acido, data la durata abitudinariamente breve dei governi del professore, lesto a vincere su Berlusconi ma anche a cadere in Parlamento con inutili sfide ai numeri delle sue maggioranze.
Ma più che sulla scommessa sul nuovo nome da dare, ripeto, all’ambizioso progetto dell’alternativa, mi ha colpito del penultimo Bersani-mettendone nel conto un altro, forse prima ancora della pubblicazione di questo articolo - la scommessa che ha fatto sulla “generosità” di amici e compagni per venire a capo anche del problema della leadership antimeloniana. Che è oggi contesa almeno fra la segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Alla voce generosità corrisponde nel dizionario di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli “nobiltà d’animo che comporta il sacrificio dell’interesse o della soddisfazione personale di fronte al bene altrui”. Non quindi di fronte al bene generale, ma più semplicemente, banalmente “altrui”, cioè di un altro.







