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16 DICEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 16:52
L’obbligo di salario minimo di nove euro l’ora in tutti gli appalti commissionati dalla Regione non è incostituzionale. Lo ha stabilito la Consulta dando così il via libera alla normativa della Regione Puglia che ha introdotto come criterio di selezione delle ditte che partecipano a gare di appalto pubbliche quello della retribuzione oraria minima per i dipendenti delle imprese che aspirano a vincere i bandi. Con la sentenza numero 188, depositata oggi (martedì 16 dicembre), la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso del governo dichiarando inammissibili le questioni di legittimità promosse dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Il governo – mentre la maggioranza ha sterilizzato le proposte delle opposizioni con una delega in bianco all’esecutivo – ha provato a bloccare la norma pugliese. La Presidenza del Consiglio, infatti, ha lamentato la violazione degli articoli 36 e 39 della Costituzione, in quanto le disposizioni regionali lederebbero l’autonomia della contrattazione collettiva nella fissazione delle retribuzioni, nonché dell’articolo 117 che attribuisce allo Stato la competenza esclusiva in materi. La Corte costituzionale non è entrata nel merito delle obiezioni in quanto le disposizioni regionali oggetto di contestazione non introducono un obbligo generalizzato di retribuzione minima che si imponga direttamente a tutti i contratti di lavoro privato subordinato stipulati nel territorio regionale, ma hanno un ambito di applicazione circoscritto alla sola sfera degli appalti pubblici e delle concessioni affidati dalla Regione e dagli enti strumentali. Le questioni, pertanto, sono state dichiarate inammissibili perché, rispetto a ciascuno dei parametri evocati, non sono stati prospettati profili attinenti ai beni e agli interessi di rango costituzionale che vengono in gioco nello specifico ambito delle procedure di evidenza pubblica.







