Una giornata sull’ottovolante, con i telefoni roventi e l’incertezza che per buona parte della giornata regna sovrana. Trenta milioni è il numero magico, la sforbiciata in legge di bilancio - 10 milioni l’anno per tre anni - che fa saltare sulla sedia i dirigenti di viale Mazzini. Mentre si rincorrono le voci più disparate, con mamma Rai costretta a razionalizzare i costi di «funzionamento e di gestione» con tutti i rischi del caso. Tradotto: così non si può competere, ci mandano a sbattere forte. E il Pd che già vede a rischio il concertone del Primo maggio: “chiuso per tagli. Chiedere conto a Giorgia Meloni”.
Intanto c’è chi, a viale Mazzini, prova a immaginare dov’è che andrà a colpire la cesoia. Stretta sugli esterni - si fa con quel che c’è, con quel che passa il convento - e pre pensionamenti con scivoli che invoglino chi è in età a lasciare. «Il grosso dei dipendenti è entrato negli anni ‘70, ‘80 - il mood che rimbalza nei corridoi - per ridurre i costi si potrebbe partire da lì». Oltre a una mannaia pronta a colpire i contratti agli esterni, in barba ad alcuni nuovi innesti a cui ai piani alti si lavora da mesi.
Intanto dalle file della Lega, lì dove è nato l’emendamento della discordia a firma del capogruppo Massimiliano Romeo, minimizzano con decisione: «La Rai piange miseria, ma 30 milioni si trovano, non è che ora la tv di Stato va in malora per questo...». Ma l’humor in azienda racconta ben altro. Non che salti il banco, sia chiaro, ma la preoccupazione c’è ed è palpabile. «Oltretutto la Rai fa servizio pubblico - osservano alcuni dirigenti - questo significa che deve accollarsi anche programmi magari poco appetibili, dove i costi superano di gran lunga le entrate. Si tratta di un’offerta comunque necessaria per un’industria culturale come la nostra».










