Per un Vermeer si può perdere la ragione. Ne sapeva qualcosa Marcel Proust, che nel 1921 era andato a vedere al Jeu de Paume una mostra in cui era esposta anche la Veduta di Delft. Davanti al quadro gli venne un infarto. Sopravvisse ancora un anno, e fece in tempo a trasferire l'esperienza sconvolgente a un personaggio della Recherche du temps perdu. Nella parte su "La prigioniera", lo scrittore Bergotte muore, delirando, proprio sui dettagli di quel quadro. E dire che meno di un secolo prima il pittore olandese era ancora praticamente sconosciuto.

«Questo Vermeer ci ha fatto impazzire, ma l'abbiamo risuscitato», si vantò il grande collezionista e mercante d'arte parigino dell'Ottocento W. Burger (il suo vero nome era Théophile Thoré, ma aveva dovuto inventarsi uno pseudonimo per far dimenticare i trascorsi rivoluzionari del '48). Aveva proposto per quattromila franchi all'allora curatore della National Gallery, Charles Eastlake, La ragazza con l'orecchino, ma quello l'aveva giudicato non all'altezza di figurare nel museo londinese. Sir Eastlake era già passato a miglior vita quando, due anni dopo, Burger pubblicò il primo catalogo dei dipinti di Vermeer allora conosciuti. Se c'è un aldilà possiamo immaginarlo che si morde le mani. Da allora la fama del maestro capace di suscitare coi suoi dipinti emozioni profonde, anzi violente, si è estesa a dismisura. Oggi tutti impazziamo per Vermeer. Anzi, succede persino che si impazzisca per i falsi Vermeer.