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La mia chat con le amiche di infanzia del paese di solito ospita meme, commenti un po’ pettegoli su conoscenti in comune, dotte discussioni sulle note di testa e di cuore dei profumi, foto di tenerissimi bambini, tentativi di programmare aperitivi e rari link alle notizie perché non ci garba l’idea di commentare guerre e stragi con una faccina triste.
Ma la morte di Sophie Kinsella è stata un’eccezione. La redattrice precaria inurbata, l’avvocato nella città di provincia, la maestra con figli, la bocconiana emigrata a Londra: tutte abbiamo condiviso e commentato con dispiacere la morte della scrittrice di I love shopping. Perché la notizia sì, era triste, ma ci ricordava anche qualcosa di allegro.
Ai tempi delle medie, in una domenica qualsiasi dei primi anni Duemila, i genitori pazienti della mia amica – quella che ora fa la maestra e ha due bambini bellissimi – ci portarono a fare una gita a Vigevano. Cercando di tirar sera, entrammo in una libreria di catena sotto i portici della piazza principale. Erano tempi in cui leggevo tanto, ma alla rinfusa, e solo libri della biblioteca. Tra quelli esposti nel negozio la mia attenzione venne attirata da I love shopping in bianco in edizione tascabile Oscar Mondadori, già con la dicitura bestsellers in bella vista. Sulla copertina bianca e argentata il profilo stilizzato di una sposa che riceve un regalo con fiocco in carta rosso sgargiante, abbinato alla parola “shopping”, mi sembrò irresistibile.











