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L’attività clinica e letteraria di Oliver Sacks, il più famoso neurologo scrittore del secondo Novecento, ha sempre ricevuto grandi apprezzamenti ma anche qualche critica. Una volta, citando il titolo di uno dei libri più famosi di Sacks (L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello), il bioeticista Tom Shakespeare lo definì «l’uomo che scambiò i suoi pazienti per una carriera letteraria». I suoi detrattori lo accusavano di sfruttare le storie dei suoi pazienti e anche di romanzarle, prediligendo uno stile più letterario che scientifico.

Il sospetto che Sacks (che è morto nel 2015) si prendesse una certa libertà creativa è tornato a circolare dopo un recente articolo del New Yorker. L’autrice, la giornalista e scrittrice Rachel Aviv, lo ha scritto dopo aver studiato una grande quantità di lettere e appunti personali scritti da Sacks per quarant’anni, condivisi dalla Oliver Sacks Foundation e finora in gran parte mai letti. L’articolo non sostiene che Sacks mistificasse la realtà clinica dei casi di cui si occupò, ma che l’interpretazione e il racconto di quelle storie fossero pesantemente influenzati dalla sua storia personale.

Dai diari che scrisse per tutta la vita e dalla corrispondenza emergono alcuni aspetti già noti della vita di Sacks, tra cui soprattutto la sua omosessualità, dichiarata soltanto pochi anni prima della morte. Da metà degli anni Sessanta in poi, dopo la fine di un amore travolgente con un uomo in Europa, Sacks non ebbe altre relazioni per oltre quarant’anni. Ne aveva 32 quando a New York, dove viveva e lavorava con pazienti anziani e malati cronici, si rivolse a Leonard Shengold, un promettente psicoanalista di Manhattan che gli era stato consigliato da una psichiatra amica di famiglia.