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Nel 2018 Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, incontrò Noah Feldman, docente della Harvard Law School, per discutere di nuovi modi per gestire la moderazione dei contenuti nella sua piattaforma. Facebook, infatti, veniva da due anni di scandali e accuse legate alla diffusione di disinformazione nel social network, soprattutto a partire dal referendum su Brexit e dalle elezioni statunitensi del 2016.

Feldman gli propose di creare un organo «quasi-giudiziario» per gestire i suoi casi più delicati, che fu fondato nel 2018 ma entrò in attività alla fine del 2020. Nacque così l’Oversight Board, che la scorsa settimana ha pubblicato un report per spiegare e riassumere i suoi primi cinque anni di attività.

L’idea era di nominare un comitato indipendente da Facebook per esternalizzare il processo decisionale, togliendo la responsabilità diretta all’azienda e offrendo allo stesso tempo maggiore trasparenza agli utenti. Tra i membri del Board ci sono circa venti giornalisti, politici e accademici, come l’attivista yemenita e premio Nobel per la Pace Tawakkol Karman, l’ex direttore del Guardian Alan Rusbridger e l’ex prima ministra della Danimarca, Helle Thorning-Schmidt.

Da allora l’Oversight Board rimane un caso unico nel settore dei social network, una sorta di «Corte Suprema di Facebook», come la definì originariamente Zuckerberg. Gli utenti possono fare appello all’Oversight Board quando ritengono di aver ricevuto un trattamento ingiusto da Facebook, Instagram e Threads, chiedendo ad esempio di annullare la sospensione di un profilo o la cancellazione di un post.