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C’è una frase che chi arriva a Piombino, 90 chilometri a sud di Livorno, si sente ripetere a proposito della città e della sua storia: «Il fumo è pane». Per oltre un secolo altiforni e acciaierie hanno dato agli abitanti della città “un lavoro a vita”, come è stato spesso definito, facendone il secondo polo siderurgico italiano dopo quello di Taranto. Anche qui dagli anni Sessanta la siderurgia è stata un’industria di Stato, fino a quando nel 1993 lo Stato vendette quel pezzo di Ilva ai privati. Da allora ci sono stati quattro passaggi di proprietà, la fabbrica si è ristretta e lo stesso è accaduto alle aziende dell’indotto.

Oggi il fumo che per anni ha significato un lavoro per molte persone sembra stia per tornare in grande quantità. Mentre Taranto prova a uscire da una crisi che sembra senza soluzione, Piombino potrebbe tornare a essere ciò che già è stata: una città la cui economia è costruita sull’acciaio.

Metinvest Adria ha deciso di investire a Piombino 3,2 miliardi di euro per produrre e lavorare acciaio: è una joint venture (cioè un accordo tra più aziende) formata dal gruppo italiano Danieli, che produce impianti siderurgici, e da quello ucraino Metinvest, che tra Europa e Stati Uniti ha più di 70mila dipendenti. Il piano è realizzare un nuovo stabilimento siderurgico, che dovrebbe sorgere su un pezzo dell’area industriale, a ridosso delle sei grandi pale eoliche radenti alla costa, la prima cosa che si vede arrivando da quelle parti in auto.