Una mostra a Wrocław, in Polonia, illustra e approfondisce il dialogo tra il regista polacco Jerzy Grotowski, figura centrale del teatro del Novecento, e l'Arte Povera, la ricerca artistica italiana della seconda metà del XX secolo.

Curata dalla storica dell'arte, Ilaria Bernardi, la mostra che si inaugura il 16 dicembre, intende approfondire le affinità concettuali tra l'approccio teatrale radicale di Grotowski e la ricerca visiva degli artisti dell'Arte Povera, offrendo una riflessione sul legame culturale tra Italia e Polonia, le due nazioni in cui questi linguaggi si sono sviluppati e affermati.

La definizione di Arte Povera, coniata dal critico Germano Celant nel 1967, riprende l'aggettivo "povero" dal Teatro Povero, teorizzato da Grotowski.

L'Arte Povera mutua dal Teatro Povero la convinzione che il solo elemento necessario sulla scena sia "la relazione con lo spettatore in una comunione percettiva, diretta": per farlo, scrive Grotowski, è necessario eliminare il palco e dunque la separazione con la platea, per focalizzarsi sul corpo dell'attore e sul suo rapporto col pubblico. La mostra espone le opere dei tredici artisti convenzionalmente inclusi da Celant nell'Arte Povera: Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini, Gilberto Zorio. Le opere in mostra spaziano tra video, fotografie e multipli, forme espressive accomunate dalla possibilità di essere replicate, sottolineando il legame profondo tra performance visiva e rappresentazione scenica.