Conflitti, genocidi, confini: la verità è stata trasformata in un terreno di scontro tanto quanto i territori in cui viene colpita ed è costantemente messa in discussione, fino al punto da non essere più un baricentro epistemologico per comprendere eventi drammatici e fondamentali. In questo scenario, l’atto di documentare è diventato anche un atto volto a interpretare, smontare e rimontare immagini, video satellitari, tracce architettoniche e digitali che arrivano dai tanti fronti aperti del mondo tramite le piattaforme e i dispositivi digitali.
Questo approccio ha preso diverse forme, che sono diventate altrettante pratiche di indagine digitale come quelle di open source intelligence (OSINT) volte all’analisi di fonti liberamente disponibili in formati digitali a pratiche ibridate con l’arte e al digital mapping.
Estetiche investigative è il libro, finalmente disponibile anche in italiano, nella traduzione di Krisis Pubklishing a cura di Anna Eudosia Di Costanzo, che tratteggia la centralità di questo approccio al disvelamento che è diventato sempre più centrale nel reporting, nella documentazione e nell’archiviazione di evidenze fattuali di violenza di stato, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.






