L’aviazione thailandese torna a colpire la Cambogia, rompendo l’accordo di cessate il fuoco firmato a ottobre con la mediazione Usa. Accuse incrociate, vittime civili, evacuazioni di massa e nuove tensioni su confini e templi contesi.
L’aviazione thailandese è tornata a bombardare pesantemente la provincia di Ubon Ratchathani al di là del confine con la Cambogia, rompendo l’accordo di pace firmato a ottobre sotto l’egida di Donald Trump. Bangkok accusa il governo cambogiano di aver rotto per primo la tregua, uccidendo un soldato dell’esercito nazionale e ferendone altri quattro, in un attacco a una piazzaforte thailandese. Gli F16A Fighters Falcons della Royal Thai Air Force hanno colpito una vasta area lungo la linea di demarcazione, provocando almeno cinque morti fra i civili. La Cambogia non ha aviazione e nemmeno una contraerea in grado di bloccare gli attacchi thailandesi, ma Phnom Penh ha inviato rinforzi terrestri, minando tutto il confine con il Paese vicino.
Più che un vizio, quello dell’Unione europea è un pregiudizio. Settimana scorsa, infatti, aveva revocato i fondi alla Fafce, la Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa mentre oggi li toglie (o meglio: li chiede indietro) alla World youth alliance, un’associazione nata nel 1999 a New York con lo scopo di difendere la vita.









