È stata una preghiera personalissima su Roma, sul mondo che va a pezzi, sull’umanità «schiacciata» quella che Leone XIV ha letto in mezzo alla gente, nel cuore del salotto buono della Capitale, tra via Condotti e piazza di Spagna, in questo periodo già piena di lucine e vetrine natalizie. «Immacolata, donna di infinita bellezza, abbi cura di questa città, di questa umanità. Indicale Cristo». L’Anno Santo volge ormai al termine ed è per tutti tempo di bilanci. E pure di sogni. In cima alla lista si avverte forte più che mai il bisogno di pace. «Dopo le Porte Sante, si aprano ora altre porte di case e oasi di pace in cui rifiorisca la dignità, si educhi alla non violenza, si impari l’arte della riconciliazione».
L’agostiniano Robert Prevost ha scelto una formula essenziale per festeggiare l’Immacolata, rivolgendosi alla “sua”città, e da questa al mondo intero, ricordando che proprio da Roma sono passati innumerevoli “pellegrini” provenienti da ogni dove. Secondo gli ultimi calcoli – resi noti alcuni giorni fa dalle autorità italiane e vaticane – è già stato superato abbondantemente il tetto dei trenta milioni. Uomini e donne in cammino che agli occhi di Leone hanno percorso «le strade» romane esattamente come accade da secoli, diretti alle fonti della Chiesa, al centro del cattolicesimo, alla tomba di Pietro. E la speranza – virtù bambina, secondo la bella definizione di Charles Peguy – che è stata il filo conduttore di questo Giubileo, nel giorno dell’Immacolata suggerisce ancora di guardare lontano, dando requie a tanto dolore nonostante una «umanità provata, talvolta schiacciata» dalle guerre, dall’ingiustizia, dalla precarietà.






