Donald Trump è frustrato per come procede il negoziato sulla tregua in Ucraina, convinto che lo stallo dipenda ora da Kiev e personalmente da Zelensky. «Abbiamo parlato con il presidente Putin e con i leader ucraini, compreso Zelensky, il presidente Zelensky», ha detto ai giornalisti l’altra sera sul tappeto rosso del Kennedy Center. «E devo dire che sono un po’ deluso che il presidente Zelensky non abbia ancora letto la proposta… almeno fino a poche ore fa». La bozza di accordo, modificata sulla base dei 28 punti iniziali presentati a sorpresa dalla Casa Bianca, non avrebbe il semaforo verde di Kiev. Il linguaggio che usa Trump è criptico. Davvero Zelensky non avrebbe letto la proposta, e perché? Secondo Trump sarebbe comunque lui l’ultimo ostacolo, solo lui a non accettare l’intesa. «La sua gente la adora. Lui neanche l’ha letta».

Nella critica trumpiana è implicito il fastidio verso coloro che consentono a Zelensky di continuare a opporsi alla resa sui territori: non “la gente di Zelensky”, i consiglieri o il popolo ucraino, ma i leader europei. Il segnale della pressione della Casa Bianca su Zelensky era già nella decisione, qualche giorno fa, di non riceverlo. Il leader ucraino aveva detto che la proposta dei 28 punti andava corretta, ma che era una base di partenza. Aveva aggiunto di essere pronto a incontrare personalmente Putin e impaziente di confrontarsi con Trump. Poi Putin ha ribadito, insieme ai suoi più stretti collaboratori, che continuano a valere per lui gli accordi presi con Trump ad Anchorage, in Alaska: la Russia non accetta alcun compromesso rispetto all’obiettivo di quella che chiama la “denazificazione” dell’Ucraina e la rimozione delle cause alla radice del conflitto. Formule ripetute come un disco rotto fin dalle prime settimane dell’invasione e mai sconfessate da Mosca.