Dal nostro corrispondente
NEW DELHI - Il momento più memorabile della due giorni indiana del presidente russo Vladimir Putin è arrivato oggi 5 dicembre, intorno alle 12 locali, quando il più famoso tra i ricercati della Corte penale internazionale dell’Aia si è tolto le scarpe, ha camminato verso una fiaccola che simboleggia gli ideali senza tempo della pace e della non violenza e ha lasciato cadere nel luogo dove furono cremati i resti del Mahatma Gandhi una pioggia di petali scarlatti.
La visita al memoriale dedicato a colui che liberò il popolo indiano dal dominio coloniale britannico – e, per estensione, europeo – è stata la tappa più significativa sul piano simbolico di una visita che da una parte ha ribadito la popolarità di Putin in una regione che si trova in sintonia in maniera sempre più intermittente con i valori occidentali e dall’altra è servita a rinsaldare un legame storico tra due grandi Paesi in un’epoca di ancor più imponenti discontinuità.
Una relazione, quella tra Russia e India, «in grado di resistere alle pressioni esterne», come è stato detto poco più tardi, quando il primo ministro indiano Narendra Modi ha accolto il presidente russo a Hyderabad House, una delle più maestose cattedrali del potere coloniale britannico divenuta nel tempo il luogo degli incontri ufficiali di alto livello tra i rappresentanti del governo indiano e le loro controparti straniere. Qui, nel corso di una conferenza stampa assai in linea con lo spirito del tempo (dichiarazione di Modi, dichiarazione di Putin, nessuna possibilità di porre domande ai due leader) il presidente russo ha detto senza troppi giri di parole che, nonostante le pressioni degli Stati Uniti, il suo Paese è pronto a continuare a fornire petrolio all’India «senza interruzioni».











