Anche se i suoi idoli erano i fantasisti a tutto campo — da Pelé a Messi e chissà quanto avrebbe ammirato, tra poco più di un mese, Luka Modri? contro il suo Genoa — Sandro Giacobbe ha dedicato energia, carriera e talento a difendere, a giocare per gli altri. A mettere in sicurezza la parte più popolare della canzone italiana: quella che fa sognare, quella che da Signora mia a Sarà la nostalgia trasforma l’ordinario in melodie che, semplicemente, non si dimentica più.
Il cantautore è morto a 75 anni, nella sua Cogorno, vinto dal male che combatteva da un decennio. «Sono chiuso in casa perché dovrei uscire in carrozzina e mi fotograferebbero, quindi voglio dichiarare pubblicamente la mia situazione, in modo che sia io stesso a informare tutti», aveva detto a Mara Venier lo scorso marzo, lo sguardo di chi ancora cerca di sdrammatizzare, di sigillare il dolore con un sorriso.
Giacobbe aveva iniziato la sua carriera alla fine degli anni 60, beat e riviera ligure, la famiglia operaia e il primo gruppo, Le allucinazioni, con il quale suona di locale in locale fino a quando la Ricordi non lo prende in scuderia. Il primo successo è Signora mia, estate del 1974, quella della Nazionale e il teatro dell’assurdo al mondiale di calcio in Germania, quella del paese che vuole sognare di essere normale nonostante l’eco del boato in piazza della Loggia sia ancora nell’aria. Tempi grigi che Giacobbe affronta lavorando a testa bassa. Il 1976 è l’anno della consacrazione, Gli occhi di tua madre è terza a Sanremo, Il mio cielo, la mia anima è una hit estiva; e partecipa come autore allo Zecchino d’oro con Sette note per una favoletta. Sarà la nostalgia del 1982 finisce in tutte le compilation, il suo ultimo grande successo di pubblico.










