Nessuna giravolta. Finché la guerra continuerà a infiammare Kiev, l’Italia farà la sua parte. Ad assicurarlo è la premier Giorgia Meloni dal Bahrein, dove è arrivata lunedì sera per prendere parte al vertice dei Paesi del Golfo. La precisazione, per la presidente del Consiglio, è quasi un atto dovuto dopo il “giallo” del decreto per l’invio di armi e aiuti all’Ucraina, all’ordine del giorno della riunione preparatoria del Consiglio dei ministri salvo sparire con un colpo di bianchetto qualche ora dopo. Un cambio in corsa che ha fatto pensare a un riposizionamento del governo italiano, complice la Lega che continua a storcere il naso e cannoneggiare sulla mano tesa a Kiev un giorno sì e l’altro pure. «Finché c'è una guerra aiuteremo l'Ucraina a potersi difendere da un aggressore», scandisce Meloni tra i grattacieli e le luci psichedeliche di Manama, ricordando per l’ennesima volta chi è ad aver dato fuoco alle polveri. «Chiaramente noi lavoriamo per la pace, ma finché ci sarà una guerra faremo quello che possiamo fare, come abbiamo sempre fatto, per aiutare l'Ucraina a difendersi». Sulla sorte del decreto “fantasma” nessun mistero: tornerà in carne e ossa, o meglio su carta e inchiostro, entro la fine dell’anno. Scatta infatti il 31 dicembre la deadline per consentire copertura legale anche nel 2026 ai pacchetti di armi, munizioni e cingolati destinati a Kiev. Il che «non vuol dire lavorare contro la pace», rimarca con forza Meloni, mentre nelle stesse ore, a 5.500 km di distanza, Salvini accarezza il sogno «che l’Italia riapra i ponti con la Russia prima degli altri», dando voce al solito controcanto in salsa leghista.