Viviamo in tempi in cui la suscettibilità sembra aver preso il posto del buon senso. Basta poco – una parola fuori posto, una dimenticanza innocente, uno sguardo interpretato male – perché qualcuno si senta profondamente offeso. $ come se fossimo diventati specialisti nel fare di ogni talpaia (alta da 5 a 10 centimetri) una montagna, trasformando inezie quotidiane in drammi esistenziali. Ma perché accade? Dietro questa ipersensibilità dilagante si nasconde spesso una percezione distorta della realtà, alimentata da fragilità personali, pregiudizi e risentimenti irrisolti. Per molte persone ogni piccolo errore altrui – reale o presunto – diventa un pretesto per sentirsi vittime. Così un semplice ritardo, una battuta innocente diventano “delitti” contro la propria dignità. Spesso un fattore determinante in questo fenomeno è lo spirito di parte.
Quando a compiere una leggerezza è “uno dei nostri”, la si giustifica o si finge di non vedere. Ma se a farlo è qualcuno percepito come “diverso” ecco che si alza subito il dito accusatore. Lì dove prima c’era tolleranza, improvvisamente ’è indignazione. E questo contribuisce a creare una trappola emotiva che ci impedisce di valutare con lucidità e umanità i comportamenti altrui. Altri ancora sono sempre sulla difensiva perché hanno ferite aperte, insicurezze profonde. Non è tanto ciò che viene detto, quanto ciò che viene percepito. E quando si è vulnerabili si tende a percepire minacce anche dove non ce ne sono. E poi ci sono quelli che, dietro l’offesa, nascondono un risentimento più antico. Sono persone che nutrono rancore verso qualcuno e che aspettano solo un’occasione per farlo emergere. In questi casi, ogni piccolo passo falso dell’altro – anche insignificante – diventa un’ottima scusa per attaccare, criticare, punire. Ma non si tratta di giustizia: è solo vendetta travestita da indignazione morale.






