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Siamo finite sul sito del “Museo del Gatto” in un giorno qualunque, ma ci è bastato un clic per capire che non ne saremmo più uscite. Il design era essenziale, colorato, modulare, ci riportava con la mente a tutti quei pomeriggi trascorsi a esplorare internet con lo sfrigolio del modem 56k in sottofondo. In homepage ci accoglieva una presentazione precisa e, in un certo senso, rassegnata al proprio destino: «Ormai dagli anni Novanta collezioniamo statuine, francobolli, cartoline e in genere oggetti curiosi che riguardano il mondo felino». Amanti dei gatti e delle storie curiose, siamo state subito catturate: dovevamo visitare questo museo.

Ma come farlo, e dove andare di preciso, era un mistero. Non era indicato un indirizzo fisico. Avrebbe potuto essere ovunque, probabilmente in Italia. Dopo qualche tentativo fallito (la mail indicata sul sito non sembrava attiva) abbiamo rintracciato al telefono la proprietaria, che, fumosa, ci ha spiegato che gli oggetti sono distribuiti tra il suo appartamento e una misteriosa casa di montagna in Piemonte. Una specie di museo diffuso privato, pensiamo.

Potevamo vedere almeno una parte della sua collezione?

Sembrava ci fossero dei margini di trattativa. Dopo aver chiuso la telefonata, ci siamo accorte che la signora non ci aveva ancora detto come si chiamava. La comunicazione fluiva lentamente, come se la signora fosse un gatto che tra una risposta e l’altra deve farsi dei lunghi pisolini. Dopo un paio di mesi abbiamo ottenuto un nome, un indirizzo e un appuntamento. La signora Anna Maria ci aspettava, insieme a suo marito, a un gatto siamese e un cane, menzionati tutti insieme in un messaggio WhatsApp, a formare uno zoo affettivo. Così una mattina di settembre ci siamo trovate ad attraversare un campo, schivando camion carichi di terra che sfrecciavano su un sentiero, per raggiungere l’edificio indicato.