Se ne parla meno che in passato, ma nei fatti diventa sempre più centrale. La sostenibilità si fa spazio in azienda tra consapevolezza del suo peso nella gestione dei rischi e un quadro normativo sempre più stringente che limita gli spazi di greenwashing. Secondo l’ultimo “Ceo Study 2025”, realizzato da Accenture e United Nations Global Compact, nove top manager su dieci ritengono che il business case della sostenibilità sia oggi più solido rispetto a cinque anni fa e una quota simile dichiarano di voler mantenere o ampliare i propri impegni in materia. In altre parole, la sostenibilità non è più un “nice to have”. È diventata una condizione necessaria per attrarre investimenti, talenti e fiducia.

Fino a pochi anni fa, molte imprese si limitavano a ridurre i danni ambientali o a redigere un bilancio Esg per rispondere alle pressioni reputazionali. Oggi, invece, la sostenibilità entra nel cuore delle decisioni strategiche. “Siamo passati da un approccio difensivo a uno proattivo”, sintetizza un’analisi di Harvard Law School Forum on Corporate Governance. “Le aziende più lungimiranti la usano come motore d’innovazione, per ridurre i rischi e generare nuove fonti di valore”. Un cambio di passo che si riflette anche nel linguaggio: si parla sempre meno di responsabilità sociale e sempre più di creazione di valore sostenibile. Non basta più dichiarare obiettivi net zero; serve dimostrare come la sostenibilità incida su redditività, produttività e reputazione. È il passaggio dalla compliance alla strategia integrata, come evidenzia il report “Esg Evolution” di Ey, secondo cui le imprese che legano gli obiettivi ambientali ai risultati economici mostrano una crescita del margine operativo medio superiore del 3,2% rispetto alla media di settore.