Comunque alla fine Coez è come Petrarca. Se non nella resa, nelle intenzioni. Assago, 1 dicembre: “Ora vi faccio sentire una canzone che è stata giustamente scartata a Sanremo Giovani, ma che ha avuto comunque un suo percorso. Perché alla fine, una volta che escono, le canzoni fanno un po’ quello che vogliono e non le controlliamo mica tanto”. La canzone è “Chiama me” e con Petrarca non c’entra nulla. Ma quel concetto, sì: lo ha espresso in più punti del Canzoniere e, chi ha reminiscenze scolastiche, probabilmente se lo ricorda. La cosa più straordinaria? Al concerto milanese di Coez (che, per la cronaca, ha fatto sold out al primo giorno e ci è vicino per il secondo) quelle reminiscenze le avranno avute in tanti.
“Siete giovani”, ha gridato a una certa lui dal palco. “Ora andiamo dai più vecchi”, ride. Probabilmente (anzi, sicuramente), dal palco l’età non la vedeva: troppe luci, troppo casino. Ma le voci le sentiva e alla fine il pubblico le ha cantate quasi tutte. Quelle più vecchie e quelle più recenti. E quindi, l’ha capito: non c’erano solo ragazzini, che Petrarca a scuola l’hanno forse studiato per il compito in classe del giorno dopo; ma c’erano anche tanti altri. C’erano i trentenni in felpa e scarpe da ginnastica, figli di quegli anni ‘90 che Coez ha celebrato con l’allestimento del suo palco (ci torneremo). C’erano i genitori fuori dal cliché dell’adulto annoiato che accompagna il figlio e si mette in disparte: cantavano, si alzavano, applaudivano, si risedevano.






