Il fegato è un organo fondamentale, ma spesso finisce sotto attacco. E il conto, in termini di aggressori (malattie) e incidenza di complicanze, è salato. Non allarme generico dunque, ma invito a non sottovalutare il dato epidemiologico.
La Campania paga ancora un prezzo elevato: ogni anno si registrano circa 1.800 decessi per cirrosi epatica o tumore del fegato e oltre 1.200 nuovi casi di carcinoma epatico, con una spesa che sfiora i 73 milioni per la sola assistenza ospedaliera. A illustrare il quadro è Ernesto Claar, responsabile scientifico del corso di aggiornamento “L’epatologia nel terzo millennio”, in programma a Palazzo San Teodoro (Riviera di Chiaia 281) giovedì e venerdì. «Nella nostra regione – spiega – abbiamo censito 21 mila cirrotici, per ogni paziente con diagnosi nota potrebbero essercene da 3 a 8 con diagnosi misconosciuta. Perciò è necessario far emergere il sommerso».
Identificare precocemente una patologia potenzialmente evolutiva significherebbe ridurre la mortalità ed erogare cure e trattamenti in una finestra temporale in grado di garantire risultati positivi. Ma il fegato non è solo il magistrale rappresentante di se stesso, precisa lo specialista, ricordando che «il paradigma delle cronicità rivela come dalla salute del fegato dipenda una serie di malattie croniche, come la sindrome metabolica». La prima conseguenza della steatosi – il cosiddetto “fegato grasso” – è, ad esempio, la mortalità per patologie cardiovascolari. Cosa fare, dunque, per evitare una strage annunciata ma sottaciuta? E come prevenire l’evoluzione verso una malattia di fegato avanzata?






