Saperla lunga e saperla raccontare. Woody Allen – novant’anni oggi – entra ed esce dalla vita personale e professionale di molti di noi come una stagione che torna. È refrattario a ogni festeggiamento, una decade fa ce lo ribadì personalmente. È stato compagno di viaggio nelle metro fredde degli studenti universitari, tratte infinite, il citarsi addosso e il saperla lunga, la curiosità dei passeggeri verso le risate fino alle lacrime che i libri suscitano anche all’ennesima lettura (“e il leone e l’agnello giaceranno insieme, ma l’agnello dormirà ben poco”).
Poi è arrivata la stagione professionale: Cannes, Parigi, New York, Roma. Tante stanze d’albergo, le sue camicie a scacchi, lo sguardo vitreo, la stretta di mano timida, la voce bassa, le apparizioni di una Soon-Yi sempre pronta per lo shopping. Ogni volta il regista è leggermente spostato dal tempo: più fragile, più asciutto, più fedele a sé stesso.C’è ovviamente un prima e un dopo il processo, giuridico e mediatico, uno vinto e l’altro perso: le accuse, l’allontanamento, i set negati. E arriverà un tempo in cui potremo tornare a parlare di quei film e di quelle battute geniali senza sentirci eticamente dilaniati. Quella morte bergmaniana con la falce nera che lo accompagna da tutta la vita è il convitato di pietra, evocato ed esorcizzato dall’ironia.










