Buon anno, Woody Allen. «No, per favore, niente auguri. Fin da ragazzo ho sempre odiato il clima delle festività di fine anno, che ha un senso solo se le cose ti vanno bene: se hai soldi, se ti circonda una famiglia, se sei innamorato...Ma se la vita non ti va nel verso giusto, questo è il periodo più deprimente che si possa immaginare, e non a caso sono giorni pieni di suicidi». Visto da vicino, Woody Allen è un uomo fragile e ironico, come stordito dal burrascoso incalzare del mondo. E per di più sembra lievemente sordo.

Questo però è solo un sospetto, giustificato dal modo in cui accoglie le domande: stringe i puntini scuri delle pupille dietro gli occhiali dalla montatura esagerata, protende il corpo magrissimo e nervoso, esprime un’attenzione così spasmodica che viene naturale chiedersi: perché mai si sforza tanto? O forse invece, pur dopo tanti anni di terapie e successi, lo innervosisce ancora l’interrogatorio che comporta un’intervista, a cui arriva puntuale e disciplinato come un primo della classe, vestito proprio come in uno dei suoi film: camicia candida amabilmente sgualcita, pantaloni a coste di velluto troppo larghi come si addice a un intellettuale e scarpe di cuoio meticolosamente lucidate come si addice a un ossessivo. Insiste a reggere il microfono del registratore («la pratica mi è familiare: da giovane, nei cabaret, non facevo altro che reggere microfoni»), mentre attorno a noi preme minacciosa l’organizzazione che protegge la sua fama. Un body-guard con spalle gigantesche sorveglia l’ingresso dell’albergo romano che ospita il nostro incontro. Un severo assistente cronometra il tempo del colloquio segnalando a intervalli fissi i minuti che mancano alla fine.