Sul tempo, sulle porte, sul mondo di dentro e il mondo di fuori. Giovedì sera (27 novembre) a Genova ero invitata in palazzo Ducale da Giorgio Gizzi, libraio e promotore di culture, ad aprire la rassegna che lui stesso cura: il Festival di Passaggio, quest’anno ispirato al tema “Equilibri”.
Mi ha assegnato, Giorgio, il compito di ragionare sulla parola “cura” in dialogo con una specialista della terapia intensiva neonatale dell’ospedale pediatrico Gaslini, la dottoressa Silvia Buratti. Ci siamo conosciute tre minuti prima di sedere di fronte al pubblico che riempiva l’immensa sala del Maggior Consiglio. «Non so se riuscirò a parlare davanti a tutta questa gente», ha detto sorridendo mentre ormai Alice Carpi — moderatrice preparata e sensibile — le dava la parola.
Ci è riuscita. Ha raccontato di un giorno difficilissimo in reparto, di essere rimasta lì senza contare il tempo e di essere uscita, infine: fuori era Ferragosto. C’erano i fuochi d’artificio sul mare, i bambini giocavano, la città in festa, le sue figlie l’aspettavano a casa. «A volte, nel mio lavoro, ci si sente in colpa a essere felici». Si è fatto silenzio in sala. «La mia vita è scandita da una porta, in reparto, la numero 4: c’è il mondo dentro, c’è il mondo fuori. Il tempo, nei due mondi, è diverso. La vita è diversa, e fai fatica a capire quale sia la tua».






