Seguivo ieri la cronaca quasi in diretta di Mario Sechi della partita a scacchi fra la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein e cercavo nei miei ricordi, di cui sono un po’ prigioniero, lo confesso, qualcosa che le assomigliasse. Una ricerca intensificata con la richiesta amichevole e incoraggiante del direttore di “storicizzare” lo scacco matto subìto dalla Schlein, che pensava di guadagnarsi con la partecipazione alla prossima festa nazionale della destra meloniana e il confronto diretto chiesto con la premier i gradi, diciamo così, di antagonista principale o addirittura solitaria, e si è invece procurata la conferma di un’aspirante alquanto improbabile a Palazzo Chigi.
Ho cercato e ricercato nella memoria fra le tante crisi di governo e di partiti che mi è toccato di seguire, raccontare e commentare in una sessantina d’anni di professione, e non vi ho trovato, per brevità della partita e chiarezza del risultato, qualcosa di analogo. La Meloni ha sorpassato persino il mio amico Pier Ferdinando Casini, celebrato ancora nella letteratura politica, fra interviste, chiacchierate e libri, come Piefurby, il campione cioè della furbizia, che lo ha portato a diventare il decano del Parlamento a 70 anni neppure compiuti. Li festeggerà fra pochi giorni, il 3 dicembre.










