Donald Trump, sul suo Truth Social, ha proclamato che «lo spazio aereo sopra e intorno al Venezuela» va considerato «chiuso nella sua interezza», rivolgendosi non solo alle compagnie aeree e ai piloti ma anche a «spacciatori di droga» e «trafficanti di esseri umani».
Sono mesi che l’amministrazione Usa ha trasformato il Caribe in un teatro militare con l’operazione “Southern Spear”: portaerei Gerald R. Ford, almeno altre sette navi da guerra, un sottomarino nucleare, F-35 e migliaia di soldati dispiegati ufficialmente per combattere il narcotraffico legato al Venezuela.
Dal 2 settembre in poi gli Stati Uniti hanno condotto almeno 21 attacchi contro imbarcazioni sospettate di trasportare droga nel Caribe e nel Pacifico, con almeno 83 morti; nessuna prova pubblica è stata diffusa sul fatto che quelle barche trasportassero davvero stupefacenti e giuristi e governi latinoamericani parlano di esecuzioni extragiudiziali mascherate da “guerra alla droga”.
Ieri, 28 novembre, Trump aveva già annunciato il salto di qualità: dopo aver rivendicato che gli attacchi navali avrebbero «fermato l’85% della droga» diretta via mare verso gli Stati Uniti, ha dichiarato che gli Stati Uniti inizieranno a colpire «per via terrestre» il traffico legato al Venezuela molto presto». Il post sui cieli “chiusi” è, quindi, il tassello successivo: se il mare è già teatro di bombardamenti contro presunti narcos, lo spazio aereo viene politicamente trasformato in zona di operazioni, dove chi vola sa di muoversi sopra un potenziale campo di battaglia.










