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Al cittadino egiziano e imam della moschea Omar Ibn Al Khattab di San Salvario, era stato revocato il permesso di soggiorno e notificato un decreto di espulsione con rimpatrio immediato in Egitto

In Italia da 21 anni, sposato e con due figli nati a Torino, a Mohamed Shahin, cittadino egiziano e imam della moschea Omar Ibn Al Khattab di San Salvario, era stato revocato il permesso di soggiorno e notificato un decreto di espulsione con rimpatrio immediato in Egitto. La procedura è stata sospesa dalla richiesta di protezione internazionale e l’imam è stato portato in tutta fretta al Cpr di Caltanissetta. Il motivo? Secondo i legali l’imam potrebbe essere torturato in patria e per evitare questa spiacevole situazione il provvedimento è stato prontamente bloccato.

Ma facciamo un passo indietro. L’imam era diventato “famoso” per un intervento al megafono in piazza Castello, durante una manifestazione per festeggiare il cessate il fuoco a Gaza. “Quello che è successo il 7 ottobre non è una violazione, non è una violenza”, aveva detto Shahin scatenando la rabbia di alcune forze politiche e le polemiche nei principali talk show. Da qui i provvedimenti di espulsione che, fino a ieri, sembravano definitivi. Il dietrofront ha una semplice ragione: in patria, stando a quanto riportano i legali, l’imam potrebbe essere torturato.