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La lezione appare semplice. Se la Lega rivendica la propria identità e insiste sui temi dell'autogoverno, ha un proprio spazio, ben distinto da quello ora occupato da Giorgia Meloni

L'apertura delle urne ha dato vari segnali e uno dei più interessanti riguarda la Lega. Dopo che un mese fa aveva era uscita pesantemente sconfitta in Toscana, dove aveva giocato la carta Vannacci, il partito di Matteo Salvini ha riscosso un ampio sostegno in Veneto, dove temeva il sorpasso da parte di Fratelli d'Italia e invece incassa il doppio dei propri alleati-rivali. In una regione tanto desiderosa di autonomia, i leghisti valicano la soglia del 36% dei voti e possono considerarsi più che soddisfatti.

Leggendo nel dettaglio i risultati veneti, tra l'altro, per giunta colpisce l'exploit clamoroso ottenuto dalla formazione di Riccardo Szumski (costruita sulla contestazione del biennio pandemico, ma anche nutrita di riferimenti identitari) e pure l'elezione a consigliere regionale di quello che dieci anni fa fu il candidato degli indipendentisti, Alessio Morosin, ora entrato nel parlamentino regionale in una lista collegata al nuovo presidente post-Zaia, Alberto Stefani.