La voce, per Giovanni Muscarà, non è mai stata soltanto un mezzo di comunicazione. È stata battaglia, ostacolo, conquista. Nato in Sicilia quarantatré anni fa, Giovanni ricorda una voce che fin da bambino sembrava non appartenergli del tutto. "Mia madre mi racconta che balbettavo già da piccolissimo. La mia faccia si contorceva in smorfie, come se le parole si rifiutassero di uscire. Durante gli episodi perdevo il controllo dei muscoli del viso: contrazioni improvvise, mandibola rigida, labbra che non seguivano il comando. La parola si spezzava prima ancora di uscire, il respiro si faceva corto, e ogni frase diventava un muro. Non erano le tipiche ripetizioni o i blocchi della balbuzie: erano spasmi che mi toglievano letteralmente la possibilità di articolare i suoni".

Tra i ricordi più forti c’è il primo giorno di scuola: "Provavo a parlare, ma dalla bocca usciva solo un ‘co… co… co…’. Mi dissero che sembravo una gallina, e risero tutti". Poi, al liceo classico, la prima interrogazione: di nuovo le risate, e io che avrei voluto scomparire”.

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Ripensandosi, sente ancora il dolore di quei momenti, la frustrazione di avere tanto da dire e non poterlo esprimere. Oggi lo racconta con le parole di una canzone di Fabrizio De André, che sembra scritta per lui: "Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole". "Ecco, per me era proprio così", ammette. Capitava soprattutto quando doveva intervenire all’improvviso, al telefono, in riunione o davanti a sconosciuti. Nel tentativo di evitare l’impasse, cercava parole più facili, rinunciava a parlare, rimandava conversazioni: strategie di sopravvivenza che però restringevano la vita. Da quella esperienza – vissuta a lungo come un limite invalicabile – è nata la sua missione: restituire parola, fiducia e libertà a chi sente la propria voce incepparsi tra paura, tensione e fatica.