TORINO. L’importanza delle parole, del linguaggio che non genera altra violenza, la necessità di non usare “le stesse armi” di chi porta avanti la sopraffazione, l’abuso. Gino Cecchettin si muove pacato e con delicatezza tra le notizie e i pezzi dedicati al giornale di domani, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

Gino Cecchettin, la riunione di redazione e il messaggio: "Ho imparato a essere me stesso"

Direttore per un giorno a La Stampa, ammette di aver già ricevuto commenti malevoli sui social: “Mi hanno detto che sono qua per profitto, ma non importa. Se c’è una cosa che ho imparato è essere me stesso”. Mentre sfoglia il quotidiano racconta di uno striscione visto nella manifestazione di sabato a Roma: “Meno femminicidi, più melonicidi”: “Mi ha fatto particolarmente male, perché penso sia come depotenziare il percorso che stiamo facendo, è sbagliato usare le stesse armi dei detrattori per portare avanti un ideale”.

Ricorda un aneddoto, il suo pensiero travisato e trasformato in un titolo che rischiava di fomentare l’odio. Da qui il direttore Andrea Malaguti chiede all'altro direttore Cecchettin un’opinione sulle parole, ribadite due volte, del ministro della Giustizia Carlo Nordio (“Il dna dell’uomo non accetta la parità”): “Direi di studiare - commenta -. Mi é subito venuto in mente il papà di Filippo Turetta, che potrebbe sentirsi allora un potenziale killer. O a chi ha un padre che ha commesso un omicidio, come si può sentire di fronte a quelle parole? Bisogna fare attenzione e documentarsi un po' di più prima di fare qualche dichiarazione”.