BOLOGNA – Nella Baumhaus di via Barozzi, a Bologna, si è aperta la conferenza internazionale “PFAS, ambiente e salute: l’eredità chimica del nostro tempo”- organizzata dal Tecnopolo Bologna-Ozzano, in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) e in partnership con l’associazione di divulgazione scientifica Minerva. Si è parlato non solo di PFAS (Per- and polyfluoroalkyl Substances, ovvero sostanze alchiliche perfluorurate e polifluorurate), ma anche di norme europee che ne regolamentano la diffusione e dei più recenti metodi di prevenzione e monitoraggio di queste sostanze derivanti dalla produzione industriale, disseminate un po’ ovunque, dalle pentole antiaderenti, ai tessuti, fino agli imballaggi alimentari. Le soluzioni? Valutazione dei rischi sanitari, riduzione dell’esposizione neonatale e una dieta equilibrata e varia.

“Come Tecnopolo ci occupiamo di raccogliere e mettere ordine tra i dati che sono tantissimi e spesso non sono trattati con la giusta attenzione in questo ambito. I PFAS sono anche detti Forever Chemicals proprio perché sono duraturi”, spiega la professoressa Laura Calzà, Dipartimento di Farmacia e Biotecnologia dell’Università di Bologna, direttore scientifico della Fondazione IRET, che gestisce il Tecnopolo Bologna Ozzano. “Rappresentano una parte del nostro lascito chimico su questa terra. Sono un segnale dell’Antropocene. Ci serve consapevolezza, riguardo a questa eredità. Al momento, invece, non abbiamo nemmeno un conteggio del numero di PFAS dispersi nell’ambiente”. Sappiamo, con certezza, che entriamo a contatto con queste sostanze ogni giorno. Se ne trova traccia negli alimenti, nel suolo, nelle falde acquifere e, di conseguenza, nel corpo umano. Si tratta di una vera e propria “catena” di contaminazione, spiega la dottoressa Federica Gallocchio, dell’IZSVe. “Troviamo i PFAS nelle falde acquifere utilizzate per l’irrigazione e, quindi, nel raccolto” continua. “Se poi parliamo di foraggio o di raccolti destinati all’alimentazione, la contaminazione prosegue fino al bestiame e agli umani che fruiscono del prodotto finale”.