C’è una quiete strana nei primi minuti di Last Samurai Standing, una calma che dura appena il tempo necessario a capire che non sarà una serie scontata. Poi arrivano i colpi: secchi, misurati, mai gratuiti. E da lì in avanti ci si addentra nel mondo della restaurazione Meiji — più ferito che glorioso – in cui i samurai, ormai dimenticati, si trovano a fare i conti con una nuova società. Netflix punta ancora sul Giappone, ma questa volta sceglie una strada più dura: niente mito romantico del samurai, solo uomini che combattono per restare vivi in un Paese che non ha più bisogno di loro.

Al centro della storia c’è Shujiro Saga, interpretato da Junichi Okada, un uomo segnato dalla malattia che ha devastato la sua famiglia. È un personaggio spezzato, sospeso tra l’identità perduta di samurai e un presente che non gli appartiene più. Perdere la propria funzione sociale, in un Giappone che corre verso la modernizzazione, significa infatti perdere anche se stessi.

L’idea del “gioco” Kodoku, che scandisce la struttura della serie, è insieme dirompente e simbolica. Centinaia di combattenti - ex samurai, mercenari, giovani senza futuro - si radunano in un tempio per una posta altissima: i soldi e la sopravvivenza. Sottrarre targhette di legno agli avversari significa continuare; perderle, significa morire. Qui la tensione non è solo fisica: è morale. Ogni colpo inferto racconta un passato, un rimorso, o semplicemente la disperazione di chi non ha più niente da perdere.