Sono arrivati a Roma insieme, Yossi Beilin e Samieh Al Abed, ex negoziatori di Oslo e Camp David ed ex ministri rispettivamente di Israele e dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), per ribadire che la pace tra israeliani e palestinesi non è una causa persa.
Al Abed si presenta con una missione: rivolgere un appello ai giornalisti e ai parlamentari italiani perché incoraggino la premier Giorgia Meloni a riconoscere lo Stato palestinese. «Quando ho incontrato il presidente Mahmoud Abbas e gli ho detto che sarei venuto qui, questo è stato il suo messaggio. Per noi, il riconoscimento è la questione fondamentale per risolvere il problema palestinese-israeliano. Perché ci imporrebbe l’obbligo, nei confronti della comunità internazionale, di agire come uno Stato, non come un mosaico di Area A e B, senza alcuna sovranità. E significherebbe la fine dell'occupazione». Beilin concorda: «Intanto serve uno Stato, anche senza precondizioni. Poi aiuteremo i palestinesi a renderlo democratico».
Hanno accettato l’invito di Sinistra per Israele a confrontarsi in un dibattito pubblico (oggi alle 16.30 all’Hotel Quirinale a Roma): una scelta non scontata negli ultimi due anni. D’accordo sui punti cruciali – il ritorno dell’Anp a Gaza e l’errore strategico d’Israele nel rafforzare Hamas – parlano tra loro e con La Stampa con la massima franchezza. È quando si affrontano i temi della prospettiva di una democrazia palestinese e del governo tecnocratico che il Piano Trump instaurerà a Gaza che la sintonia si incrina: Beilin auspica già nell’immediato un percorso politico, Al Abed vede di buon occhio professionisti che rimettano in piedi le macerie, ma dice che ci vorrà tempo.







