Uno e centomila, ma mai poi mai nessuno. Massimo Ghini ha un dono, la versatilità, che in altri Paesi sarebbe motivo di blasonatura mentre in Italia, curiosamente, provoca cipiglio tra i più schifiltosi. Questa miopia, frammista a malafede, degli intellò gli ha procurato bruciori di stomaco cui pone rimedio, da sempre, col “bicarbonato” del vasto pubblico convintamente dalla sua parte. L’ultimo impegno, da attore e regista, è la rivisitazione teatrale di Il vedovo, il classico con Sordi protagonista (lo affianca, nel ruolo della Valeri, la signora del palcoscenico Galatea Ranzi, e tra gli interpreti c’è il suo terzogenito Leonardo): al Manzoni di Milano sino al 23 novembre, ogni applauso che gli stanno tributando è un gesto dell’ombrello (come quello di un altro Sordi, quello de I vitelloni...) agli intellò succitati. Ghini viene da lontano. Lo voleva Strehler in un’epoca in cui Mi voleva Strehler era un desiderio così diffuso da intitolarne una pièce.
Poi giunsero Gassman, Zeffirelli, Patroni Griffi, Rosi, fino alla recente chiamata di Pupi Avati il quale, cosciente della maturità da lui conseguita, non nelle danze sfrenate ha voluto coinvolgerlo, bensì Nel tepore del ballo. La lista dei “venerati maestri” a lui interfacciatisi è lunga, come è lunga quella dei meno venerati, ma inconfutabilmente maestri, che gli hanno permesso di esprimersi nel registro popolare (i film di Natale con Neri Parenti, le “sophisticated comedies” dei Vanzina, le fiction campioni d’ascolto di Giorgio Capitani). Una professionalità, la sua, esercitata con la medesima caratura quando veste i panni di Giovanni XXIII e del viscoso politicante in Compagni di scuola, di Roberto Rossellini in Celluloide e dell’evanescente presentatore di La bella vita, alternando l’onerosità dell’incarnazione di Meucci, Mattei, Ennio Doris, e la buffonaggine del capofamiglia draculesco di Una famiglia mostruosa. Viene da lontano Ghini, da un padre partigiano che finì a Mauthausen e che gli ha trasmesso la passione per gli ideali.






