Come ogni anno, in questo periodo autunnale arriva il nuovo capitolo di Call of Duty, lo sparatutto più giocato e venduto al mondo. Quest’anno Activision Blizzard, ormai acquisita da Microsoft, propone il seguito del capitolo dell’anno scorso, intitolato semplicemente Call of Duty: Black Ops 7, una delle principali saghe che, insieme a Modern Warfare, hanno plasmato l’identità di questa serie di videogiochi da ormai oltre una ventina d’anni.

Come sempre il titolo si divide equamente tra diverse modalità di gioco: si passa dalla campagna in single player – che quest’anno è possibile affrontare anche in cooperativa – alla modalità più amata, ossia il multiplayer, diviso in varie forme che vanno dai classici scontri a squadre fino al battle royale di Warzone, e infine la divertente modalità zombie, affrontabile in cooperativa e dallo spirito più arcade. Un pacchetto come sempre molto ricco e pensato per soddisfare qualsiasi fan della saga, su cui sarà possibile passare decine di ore.

Giocare anno dopo anno alla guerra virtuale di Call of Duty non è più la stessa cosa però. E non perché il titolo di Activision Blizzard sia cambiato — anzi, forse è proprio il contrario. È il mondo intorno a noi a essere diverso. Oggi la guerra non è più qualcosa che si osserva da lontano: è nei feed, nei notiziari, nelle immagini che scorrono ogni giorno sotto i nostri occhi. E così anche una storia fittizia di un videogioco, ambientata in un conflitto contemporaneo, finisce per pesare di più. Diventa meno evasione e più specchio di un presente che non lascia tregua, dove la finzione bellica di Call of Duty si intreccia inevitabilmente con gli orrori della realtà.