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Il vero discrimine non è più tra destra e sinistra, ma tra chi guarda al futuro con lucidità e chi resta imprigionato nella nostalgia ideologica
C'è un filo rosso che percorre, quasi sotterraneo ma ostinatamente presente, il dibattito politico contemporaneo: è la paura. Non quella legata alle cronache del crimine, ma un sentimento più profondo, quasi antropologico, che affiora nei sondaggi con una parola che si impone su tutte: sicurezza. Sicurezza come bisogno di certezze, come ansia di fronte a un mondo che cambia con una velocità mai sperimentata prima, sospinto da rivoluzioni tecnologiche, sociali ed economiche che mettono in discussione identità, professioni, equilibri consolidati.
È una condizione psicologica diffusa, che attraversa fasce sociali ampie e non riconducibili a stereotipi. Ed è proprio in questa crescente inquietudine che la politica dovrebbe trovare la propria missione: interpretare il presente, governare il cambiamento, costruire strumenti e politiche capaci di allargare la platea dei beneficiari del progresso. In altri termini, trasformare la paura in opportunità.






