(di Francesco Gallo) Non è certo 'La parola ai giurati' di Sidney Lumet del 1957 né '12', ovvero la sua trasposizione firmata da Nikita Mikhalkov del 2007, ma in 'La camera di Consiglio' di Fiorella Infascelli c'è la stessa claustrofobia, gli stessi inevitabili spazi teatrali, ma tutto in salsa mafiosa e rispetto a questi due classici, infine, ci sono le stesse paure dei giurati e gli stessi dubbi morali.

Questo il primo impatto con il film che racconta la parte finale del Maxiprocesso di Palermo, ovvero quella Corte d'Assise che l'11 novembre 1987 vide otto componenti (due togati e sei popolari) ritirarsi per deliberare sulle condanne o assoluzioni nei confronti di centinaia di imputati.

Il film, già alla Festa di Roma e ora in sala dal 20 novembre con Notorius Pictures, pur basandosi su dati reali ha solo pochi "punti fermi e molta immaginazione guidata dalla realtà" a detta della stessa regista che non è nuova verso certi argomenti avendo affrontato nei film 'Era d'estate' l'esilio volontario nel 1985 sull'isola dell'Asinara di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme alle famiglie, per fuggire alle minacce di alcuni esponenti mafiosi durante le indagini su Cosa nostra.

Centrale in questo film da camera, teatral-claustrofobico, il confronto etico-caratteriale tra il Presidente (Sergio Rubini), integralista del Diritto, e il più liberale ed elastico Giudice a latere (Massimo Popolizio).