Il più piccolo dei naufraghi soccorsi ha meno di un anno. Viaggiava con la madre su un gommone microscopico e sovraffollato, insieme ad altre trentanove persone stremate dopo tre giorni fra le onde. Sono tutti rifugiati in fuga da Sudan e Sud Sudan, ma per mettersi in salvo davvero hanno dovuto affrontare il mare su un gommone non più grande di un canotto, stracarico, malandato. E che forse non sarebbe mai a destinazione se non ci fosse stata la flotta civile a soccorrerlo.
Prima missione per Oyvon, la nuova nave di Medici senza frontiere, primo salvataggio con 41 persone portate in salvo a Lampedusa.
Dopo aver detto addio a Geo Barents, la più grande delle navi di soccorso della flotta civile, congedata quando fermi, blocchi, decreti e regole hanno reso impossibile continuare con le missioni, Medici senza frontiere torna a soccorrere. Lo fa con una nave più piccola, più veloce, in grado di rispondere con maggiore prontezza alle richieste di aiuto, di tornare rapidamente in porto dopo l’unico salvataggio per decreto consentito, come di battere con maggiore agilità un’area di ricerca. Per trovare i 41 naufraghi portati in salvo a Lampedusa ci sono volute trentasei ore.
Il Viminale ignora i provvedimenti dei giudici e ferma per due mesi Mediterranea. “Faremo ricorso”








