Ieri ho visto i Radiohead a Bologna. Era la prima delle loro quattro date italiane (sempre a Bologna). Ogni data è andata subito sold out (14mila persone a replica). Condiderazioni.

1. Venticinque brani per due ore e cinque di musica, (18 canzoni più altre sette come bis). La scaletta cambia ogni data, ma almeno 12/13 brani restano fissi. Pochi fronzoli, zero chiacchiere (o parte due o tre “tutto bene?” in italiano di Yorke), zero improvvisazioni. Nessuna contestazione sul tema Palestina: per fortuna e giustamente.

2. La band ha attinto da ognuno dei nove dischi in studio (tranne Pablo Honey, e non è una novità). I dischi da cui più hanno pescato sono Ok Computer e Hail to the thief, due capolavori totali.

3. È inevitabile, per una band con un repertorio così sconfinato, che qualche brano alla fine sia mancato. A titolo personale, ho avvertito l’assenza di Exit Music (for a film), Street spirit (fade out), How to disappear completely. Ovviamente sono mancate anche Creep e High and dry, ma questo si sapeva. Da decenni.

4. Il concerto mi è parso andare a sprazzi. Mi spiego. Ovviamente il livello è sempre alto, mostruosamente alto, ma parlando dei Radiohead lo do per scontato. Ci sono stati 6/7 picchi sovrumani, ma anche altrettanti momenti in cui mi sono proprio disconnesso, perché le canzoni – pur perfette – le ho avvertite emotivamente algide. E in alcuni casi (3 o 4) mi hanno anche un po’ sfrangiato certosinamente il glande.