Il fotografo torinese Fabio Bucciarelli è una delle firme acclamate del fotogiornalismo internazionale. I suoi scatti fanno puntualmente il giro del mondo e mostrano la realtà drammatica di chi vive nelle zone di conflitto o colpite da crisi umanitarie. Tra i premi vinti dai suoi reportage si va dal Robert Capa Gold Medal al Picture of The Year International passando per il recente World Press Photo, così come il suo libro “The Dream” dedicato ai rifugiati è stato scelto fra i migliori nel 2016 dal Time Magazine. In “Occupied Territories”, il progetto appena pubblicato, racconta il lavoro svolto a Gaza, in Libano e in Cisgiordania.

In quale momento è nato l’interesse per il linguaggio fotografico?

«Sono un ingegnere delle telecomunicazioni, laureato al Politecnico di Torino. Nel 2007, quando avevo 27 anni, mi sono trasferito per lavoro a Barcellona, ma dopo un anno ho deciso di lasciare tutto e dedicarmi alla fotografia. Da lì è iniziato un lungo percorso che mi ha portato sugli scenari di guerra in ogni parte del modo».

Il 2024 è stato l’anno record dei conflitti dal Dopoguerra, che approccio si sceglie per raccontare un periodo così difficile?

«A me interessa documentare ciò che è lontano dai nostri occhi, parlare di diritti umani, portare prove e creare una coscienza collettiva attraverso la fotografia. Voglio realizzare immagini che pongano domande. Agli inizi, quando lavoravo per un’agenzia torinese , le mie fotografie il giorno dopo finivano sui giornali e quello dopo ancora servivano per incartare il pesce. Poi ho intrapreso il mio vero cammino, cercando un tipo di fotografia più universale che parlasse di disuguaglianze e dei nostri privilegi».