I Turnstile si sono riappropriati del punk hardcore americano nella sua versione più popolare. Per comprendere l’ascesa di questa band è bastato assistere all’energia senza senso della loro performance live. Ieri sera all’Alcatraz di Milano, per l’unica data italiana del Never Enough Tour, i ragazzi di Baltimore hanno dato prova che nel 2025 esistono (ancora) migliaia di ragazzi che pogano dalla prima all’ultima nota. Senza soluzione di continuità. Nel punto più alto della loro carriera, solo pochi giorni fa hanno ricevuto cinque nomination ai Grammy Awards (come Best Rock Album, Besto Rock Song, Best Rock Performance, Best Alternative Music Performance e Best Metal Performance), i Turnstile non si snaturano di una virgola.

Delle loro ultime apparizioni in Italia, quella al circolo Magnolia e all’Ama Festival nel 2023, si era parlato (anche tra gli stessi fan in platea all’Alcatraz) di un suono ancora non ben definito. “La sensazione generale è che siano migliorati tanto“, si sente dire all’uscita in Via Valtellina e di certo anche alla Recording Academy se ne sono accorti. Quell’esigenza comunicativa cruda e diretta, tipica del genere, con pochissime note soft tra il dream pop e il funky (in pezzi come Light Design o Seein Stars), arriva tutta in un muro di suono che testa continuamente la tenuta dei timpani. Le influenze si notano eccome dal momento che lo stile dei Turnstile sta un po’ in mezzo alle correnti del nu-metal, punk hardcore (con cenni di ska, crossover rap) tra East e West Coast. Per le parti soliste di chitarra, Pat McCrory ricorda alcune influenze del leader e chitarrista dei Sublime Bradley Nowell, mentre per la sezione ritmica si sentono i Limp Bizkit e NOFX, ma andando ancora più indietro si può arrivare al proto-punk dei Germs.