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Ultimo aggiornamento: 16:05

L’asse del referendum confermativo non è, malgrado la retorica da comizio, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri: quella è una scelta politicamente divisiva ma concettualmente chiara, da anni oggetto di confronto dottrinale e comparato, con argomenti seri su entrambi i fronti; il vero punto critico, quello che può alterare in profondità la fisionomia costituzionale della giurisdizione, è l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, perché lì si decide chi, come e con quali garanzie potrà giudicare i magistrati, e dunque quanto fragile o resistente sarà l’indipendenza effettiva dei giudici rispetto al potere politico.

Spostare la giurisdizione disciplinare fuori dal CSM e affidarla a un organo ad hoc non è di per sé un’eresia: in astratto può persino apparire un progresso, se immaginato come giudice terzo, tecnicamente attrezzato, con composizione mista bilanciata, standard motivazionali elevati, pubblicità delle decisioni, parametri chiari di proporzionalità delle sanzioni, controllo di legittimità pieno e mandati non rinnovabili sganciati dai cicli della maggioranza di governo. In questa versione ideale, l’Alta Corte ridurrebbe il sospetto di corporativismo, garantirebbe una giurisprudenza disciplinare coerente, rafforzerebbe la fiducia dei cittadini mostrando che chi sbaglia paga, senza colpire chi decide in scienza e coscienza su terreni sensibili.