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Mi piace pensare che ogni città porti dentro di sé quel doppio battito: la promessa luminosa delle esposizioni universali e il brivido di un corridoio senza finestre

Ci sono romanzi che diventano orologi. Non misurano il tempo, lo svelano. “Nineteen Eighty-Four” di Orwell è uno di questi: un quadrante scuro che scandisce l’ansia del futuro con l’ago fisso sul controllo. È una profezia che non parla di astronavi, ma di sguardi. Il potere che ti osserva, registra, corregge. Mi piace pensare che ogni città porti dentro di sé quel doppio battito: la promessa luminosa delle esposizioni universali e il brivido di un corridoio senza finestre. Il futuro è sempre un compromesso tra una fiera e una caserma, tra padiglioni di vetro e stanze in cui qualcuno conta i nostri passi.

Nel 2050 la città somiglierà a un alveare. Più densa, più vecchia, più esigente. Un continente di umanità impilata in quartieri che chiedono servizi, aria, silenzio, velocità. Le mappe, del resto, hanno già cambiato lingua: la campagna si è ritratta, le periferie si sono fatte città, le città si sono fatte arcipelaghi. Dentro questi arcipelaghi nascerà un’altra cartografia, minuta e prossima: la città dei quindici minuti, la somma di piccole repubbliche con il pane, la scuola, la palestra, il medico e un teatro tascabile a portata di gambe. Non è nostalgia. È una tecnologia del vicino: progettare la vita come una passeggiata.