I rifiuti scaricati dalle attività minerarie in acqua profonde rappresentano una grave minaccia per il già delicato equilibrio degli ecosistemi marini. A lanciare l'allarme è oggi un nuovo studio coordinato dall'Università delle Hawaii a Manoa, secondo cui appunto l'estrazione dei minerali nelle profondità nell'oceano Pacifico potrebbe compromettere la vita marina nella cosiddetta zona crepuscolare, o mesopelagica, un'area compresa tra i 200 e i 1.500 metri sotto il livello del mare che ospita una sorprendente varietà di forme di vita, dai minuscoli krill ai pesci, calamari, polpi e meduse. Lo studio è stato pubblicato su Nature Communcations.

I rischio dell'attività mineraria

Per valutare gli effetti dei rifiuti minerari sugli ecosistemi marini, i ricercatori si sono focalizzati sulla Clarion-Clipperton Zone (Ccz), un'enorme area dell'oceano Pacifico diventata nota ultimamente per la presenza sul fondale di grandi giacimenti minerari, e in particolare di noduli (concrezioni) polimetallici, ossia ricchi di minerali critici, come rame e cobalto. Un'area, quindi, che potrebbe essere destinata all'estrazione mineraria in acque profonde, processo che consiste appunto nel prelevare i noduli polimetallici, producendo al contempo sedimenti di scarto, contenenti acqua e le particelle dei noduli polverizzate, che una volta rigettati in mare danno vita a pennacchi torbidi che possono avere impatti significativi sulla vita marina.