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12 NOVEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 9:27

“Non votate un testo che legalizza l’impunità dello sfruttamento”. Recita così l’appello lanciato da sindacati e associazioni al Parlamento contro il ddl Pmi recentemente approvato dal Senato e passato alla Camera. Un ddl fortemente sostenuto dal governo che arriva dopo le inchieste della Procura di Milano sugli abusi nelle filiere della moda che hanno coinvolto tra gli altri i bracci operativi di Alviero Martini, Loro Piana, Armani, Valentino e per ultimo Tod’s, che ha alzato la voce contro la procura chiedendo l’aiuto della politica. Il testo in discussione propone una certificazione volontaria di conformità della filiera, tramite un controllo da parte di terzi, garantendo per i committenti che ottengono la certificazione la possibilità di non essere indagati per reati legati all’omessa vigilanza, anche in caso di caporalato nella subfornitura.

“Un pericoloso scudo penale” per chi ha sottoscritto l’appello. Tra questi Filcams e Fictem Cgil, Uiltec, Sudd Cobas, Adl Cobas, Oxfam, Libera e altre associazioni del terzo settore impegnate nel diritto del lavoro e le migrazioni, come Fondazione Finanza Etica, Human Rights International Corner o The Good Lobby. “Qualsiasi misura volontaria, che non sposta l’onere di controllo e prevenzione, e i relativi costi, in capo ai committenti stessi (due diligence) è destinata ad avere impatti molto limitati”, afferma Deborah Lucchetti, coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, network internazionale composto da oltre 220 organizzazioni che si batte per il rispetto dei diritti dei lavoratori del tessile. “Finché non verrà introdotto un obbligo di trasparenza e responsabilità in capo alle imprese committenti, le stesse logiche continueranno a prosperare”, aggiunge Lucchetti.