ROMA – Non hanno alcuna intenzione di fare le valigie, i quattro consiglieri della Privacy finiti nella bufera dopo le inchieste di Report, implacabile nel documentare conflitti di interesse, spese pazze e imbarazzanti commistioni con la politica. In Parlamento gliel’hanno chiesto praticamente tutti: le opposizioni per prime, poi anche il principale partito di governo, Fratelli d’Italia, che all’inizio aveva nicchiato, salvo poi aprire alla proposta di azzerare l’intera squadra del Garante, divenuta impossibile da difendere.

Un’ipotesi che tiene banco per tutta la giornata, anche perché uno di loro, Guido Scorza, eletto in quota 5S, già a Repubblica aveva dichiarato la sua disponibilità al passo indietro e ieri pomeriggio lo aveva ribadito in tv. A sera, però, il presidente dell’Autorità, Pasquale Stanzione, compare al Tg1 ed esclude qualsivoglia tentazione: «Il collegio non presenterà le proprie dimissioni, le accuse sono totalmente infondate», protesta. «Quando la politica grida allo scioglimento o alle dimissioni dell’Autorità non è più credibile».

Privacy, Boccia: “Serve l’azzeramento, il collegio si è piegato alle richieste del governo”

di Gabriella Cerami

L’ex prof universitario, indicato a suo tempo dal Pd, sa bene di avere la legge dalla sua: una volta designati dalle Camere, i membri delle Autorithy — sulla carta indipendenti — sono blindati, nessuno li può revocare. Neanche per indegnità. Tant’è che il partito di Elly Schlein sta già meditando di proporre una modifica alle regole per scongiurare altri casi simili. Basterebbe poco: introdurre «un quorum dei tre quinti del Parlamento», suggerisce Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex parlamentare dem, per rendere più imparziale, e meno lottizzata, la selezione dei consiglieri. Ma FdI è contrario: «Quando il Pd era in maggioranza non è venuto in mente a nessuno», attacca Lucio Malan. Ma il senatore Dario Parrini insiste: «Sarebbe di buonsenso stabilire un quorum più alto, come avviene per i membri laici della Consulta o del Csm». È quanto accaduto l’ultima volta a dimostrare che il sistema, così com’è, non funziona: nel 2020, quando c’era il governo giallorosso, «i due componenti dell’attuale Privacy eletti al Senato, Ghiglia e Stanzione, ottennero appena 123 e 121 voti, cioè un consenso di meno del 40% degli aventi diritto. Alla Camera, Scorza e Cerrina Feroni passarono con il 33 e il 37% dei voti». Tutti figli di una spartizione politica. Lo ribadisce Sigfrido Ranucci: «Giorgia Meloni non può dire che il Garante non sia cosa sua perché stava all’opposizione. Hanno creato un mostro e ora non riescono neppure a mandarli a casa».