«Se il Movimento 5 stelle e il Partito democratico non si fidano di chi hanno messo all’Authority della privacy, non se la possono prendere con me. Forse dovevano scegliere meglio». Aeroporto di Fiumicino, ora di pranzo. Giorgia Meloni sta per salire sul volo Ita che la porterà al comizio del centrodestra a Bari. Ma prima di mettersi in coda al gate, si ferma a parlare con Il Messaggero e altri quotidiani sulla bufera esplosa attorno al Garante della Privacy. Con Pd, M5S e Avs che chiedono in coro l’azzeramento dell’Authority e il passo indietro del suo presidente Pasquale Stanzione e degli altri membri del collegio, dopo l’ultima puntata dell’inchiesta di Report di domenica sera. Durissima, sul punto, era stata in mattinata la segretaria dem Elly Schlein. «Emerge un quadro grave e desolante sulle modalità di gestione dell'Autorità garante che rende necessario un segnale forte di discontinuità. Penso che non ci sia alternativa alle dimissioni dell'intero consiglio», aveva avvisato la leader del Nazareno. Seguita dagli esponenti pentastellati in commissione di vigilanza Rai. «Non ci sono più alibi: il Garante va azzerato subito», la protesta del Movimento, che parla di un «covo di conflitti d'interesse, favoritismi, spese folli e legami politici imbarazzanti» e insiste: «Serve una nuova autorità trasparente, che risponda ai cittadini e non a via della Scrofa».